LA PERIZIA PSICOLOGICA ed il processo penale

 Dispensa tratta da”La perizia psicologica ed il processo penale”, di Iolanda Cennamo, Univ. Di Pisa, giugno2004- 

 

Dispensa tratta da”La perizia psicologica ed il processo penale”, di  Iolanda Cennamo,  Univ. Di Pisa,

 

processo penale, La Perizia PsicologicaLa perizia psicologica consiste nell’indagine della personalità del reo inteso come autore di reato, sulla base delle modalità dell’azione, da cui si traggono i tratti e le caratteristiche peculiari della sua personalità. Ogni reato infatti, può essere catalogato anche come il risultato dei tratti psicologici, morfologici e psicopatologici propri di un individuo.

Tale perizia fa riferimento all’ambito penale in cui si inserisce, in contrapposizione alla consulenza tecnica, propria dell’ambito civile, entrambe previste rispettivamente dai due codici di procedura penale e civile.

Ex art. 220 c.p.p. essa “è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche” Al comma 2 è inoltre stabilito che “salvo quanto previsto ai fini dell’esecuzionbe della pena o della misura di sicurezza, non sono ammesse perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato,la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche”.

Tutto ciò significa che le risultanze dell’indagine peritale sono soggette alla valutazione del Giudice, stante il cosiddetto principio del “libero convincimento”.

Tale disposto però deve essere letto in correlazione con l’art.133 c.p. (Gravità del reato:valutazione agli effetti della pena), secondo cui il Giudice, nell’esercizio del potere discrezionale  ex art.132 c.p. nell’applicazione della pena, deve tener conto” della gravità del reato desunta:

-Dalla natura , dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;

-Dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;

-Dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.

Il Giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:

-Dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;

-Dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;

-Dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;

-Dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo”.

Oggi dunque, alla luce di disposti normativi, la perizia psicologica è ammessa ai soli fini dell’esecuzione della pena e delle misure cautelari, contrariamente alla “perizia psichiatrica”, che è la sola riconosciuta dall’ordinamento sulla base di un’infermità di mente da considerarsi in tutte le sue varianti ed accezioni.

 

La perizia psicologica considerata da un punto di vista antropologico-criminale

Nella considerazione della genesi  del delitto, la perizia psicologica si lega all’antropologia criminale in quanto essa considera l’autore del reato partendo dall’aspetto biologico. La scienza criminale cerca infatti di individuare tutti quei fattori legati alla persona del reo che possano suggerire esattamente le misure profilattiche, sanitarie e sociali da poter adottare al fine di limitare il crimine, grazie anche all’adozione del trattamento più opportuno cui sottoporre il delinquente al fine del suo recupero. Partendo dalle scienze criminali dunque, il delitto si andrebbe a consumare sulla base della personalità umana che lo idea, lo prepara, lo organizza e lo realizza, per influenza anche di condizioni esterne che agiscono da stimoli.

Di rilievo è la considerazione  che le varie scuola di pensiero fin’ora succedutesi e che hanno cercato di individuare l’impronta personologica del criminale hanno dato esito negativo, con la risultanza che il comportamento del criminale, sia qualitativamente che moralmente non si differenzia da quello della generalità degli individui sociali che è ugualmente caratterizzato da aggressività e violenza; si potrebbe dunque concludere i delinquenti e non pur perseguendo a volte gli stessi fini, adopererebbero solo mezzi diversi per il loro raggiungimento.

imagesLa degenerazione è dunque piuttosto da rintracciarsi nel legame che s’instaura tra gli elementi psicologici ed ambientali che circondano l’individuo, giacchè non sempre gli ultimi vengono superati dai primi, finendo col prevalere e dando vita così ad una degenerazione comportamentale dell’individuo, ciò che in parte spiegherebbe l’evento-reato da un’angolazione psicologica.

Il reato infatti, può essere anche inteso dal punto di vista della condotta che muove da specifiche motivazioni, sulla cui base le azioni o le condotte vanno analizzate; se si considera inoltre che le motivazioni muovono spesso dalle emotività, si spiega inoltre come, un individuo spinto da forti motivazioni, incontrando difficoltà nel raggiungimento del suo scopo, può spingersi fino ad un’azione violenta, dunque alla commissione anche di un delitto.

E’ in tale direzione  che si inserisce lo studio della personalità del reo,che va ad individuare la struttura intellettiva del reo analizzandola in riferimento agli elementi ambientali in cui l’individuo si è formato; infatti il perito nell’analisi criminogenetica dovrà tener conto in primis del grado di evoluzione psico-fisica dell’individuo e della sua capacità di adattamento alla vita sociale. Si analizzerà infatti l’ambiente familiare, inteso come primo nucleo sociale in cui l’individuo si è formato, con la considerazione del suo sviluppo emotivo, come legato al “principio del piacere”, da cui ogni difficoltà nella soddisfazione delle sue esigenze farà di quell’individuo un uomo fiducioso in se stesso e nel superamento dei suoi limiti, o uno che avrà sfiducia nella società nel caso in cui non viva in un ambiente sano, costituendo dunque ciò la base per il futuro criminale.  

L’analisi della dinamica psicologica cercherà infatti di individuare gli eventuali fattori che hanno fatto sì che sull’azione del reo entrassero in gioco i cosiddetti “meccanismi di fissazione e/o regressione” verso stadi anteriori di vita individuale e sociale. L’individuo infatti regredisce allorquando, per sfavorevoli condizioni, non si è completamente liberato dei bisogni primitivi, per cui essi possono manifestarsi in qualsiasi momento, per una qualunque causa di squilibrio, generando così determinati comportanti; mentre l’individuo adopera il meccanismo della fissazione allorquando non si è per niente liberato da tali bisogni, pertanto nella genesi del reato spesso è possibile individuare fenomeni di infantilismo ed immaturità psicologica, non sempre attribuibili a deficit psichici.

Anche il rapporto tra il reo e la vittima assume particolare rilevanza, giacchè si lega ai processi psicologici di attrazione,repulsione,o rassegnazione, che possono portare a reazioni violente, considerati come a se stanti, o nell’innescarsi reciprocamente in un’unica dinamica.

Sotto tale aspetto, interessante diviene la comprensione delle forme di condotta antisociale e criminosa come dipendenti dalla personalità del reo, in quanto l’analisi del carattere può spiegare le variabili che incidono sull’azione criminosa.

Da ciò sarebbe quanto meno auspicabile la verifica della struttura psicologica del reo attraverso l’analisi della personalità come ammissibile all’interno dell’ordinamento penale.

 

Rapporto tra psicologia criminale e diritto-Cenni storici

L’attenzione storica ordinamentale poggia essenzialmente le sue radici sul diritto romano, laddove l’autore di reato “malato di mente”veniva contraddistinto nelle categorie:

-dell’insanus;

-del furiosus;

-del demens;

-del mente captus.

Gli stessi erano considerati una sorta di invasati che si differenziavano dalla gente comune, e l’attenzione al crimine assumeva rilevanza solo in caso di delitti contro l’autorità dello Stato, lasciando ampio spazio alla vendetta privata.

Il quadro che ne viene fuori è quello di un diritto romano la cui branca criminale è alquanto primitiva, e quella psichiatrica-forense del tutto inesistente (Si veda B. Alimura in “I limiti ed i modificatori dell’imputabilità”, Bocca ed. 1896, in Riv. Med. Leg. XXIII,2001, pag.16).

In seguito, nel corso del medioevo, la considerazione del malato di mente peggiorò ulteriormente, quando un simile autore di reato anziché trovare un’attenuante nella propria malattia, trovava un’aggravante tale da giustificare processi sommari che portavano ad indicibili torture, fino alla soppressione fisica di tale individuo.

Per far sì che tali individui possano godere di trattamenti civili ed umanitari bisogna attendere invece il periodo storico-culturale del settecento/ottocento, quando cioè si è sviluppato l’illuminismo francese, sulla base dei grandi ideali della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, che si sono poi trasformati in diritti per tutti gli individui, senza distinzione alcuna.

Tale ideologia illuministica s’incardina nel periodo storico della rivoluzione francese, che vede l’apice nell’era napoleonica, la quale ha crato le basi di una legislazione moderna in quasi tutti i Paesi europei. Ed è proprio nelle epoche storiche del XVIII e XIX secolo che le discipline psichiatriche si vestono di un fondamento scientifico e clinico (si veda in proposito la Riv. Med. Leg. XXIII, 2001, pag.27).

E’ la data del 1876 però, che è da ricordare come quella della nascita della criminologia, allora definita come “Antropologia criminale”, allorquando Cesare Lombroso diede alle stampe la prima edizione de “L’uomo delinquente”, attraverso lo studio della personalità, basato su metodi quali:”l’evoluzionismo” di Darwin, “la degenerazione” di Morel, ect.

Giuseppe_Zanardelli_iiiSulla scia delle diverse teorie che si vennero a sviluppare in tale periodo nacque così il “Codice Zanardelli”, entrato in vigore il 1 gennaio 1890; di cui si ricorda in particolare l’art.46, secondo cui non era punibile chi avesse commesso il fatto in un’infermità di mente tale da annullare la coscienza e la libertà degli atti stessi.

Anche il Codice Rocco del 1931 esprimeva il proscioglimento dei malati di mente.

Su tale concetto trova spazio la perizia dunque, giacchè l’imputabilità o meno di tali soggetti deve basarsi su un’operazione di ricostruzione criminodinamica unita ad un’analisi del ruolo e del peso avuto dal disturbo mentale nella genesi del delitto, che prepara poi il campo alla fase medico-legale della perizia stessa, che è quella in cui l’aspetto psico-patologico deve collegarsi con quello normativo, laddove è da distinguere la categoria del “valore di malattia” rispetto a quella della “malattia mentale” vera e propria, secondo tutte quelle condotte che sono espressione stessa del disturbo.

Dispensa tratta da”La perizia psicologica ed il processo penale”, di Iolanda Cennamo, Univ. Di Pisa, giugno2004- Tutti i diritti riservati. 

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